Don Paolo Scavone a Serra di Croce

Don Paolo era alto e mastodontico, dalle spalle forti e possente, un omaccione dall’aspetto rude che parlava un dialetto serrato, contadinesco. L’uso dell’Italiano era da lui riservato agli argomenti religiosi. Allora la sua voce e il suo fraseggio diventava raffinato e persuasivo. Era un profondo conoscitore dell’animo umano e sapeva trovare parole adatte a consolare. Nella Confessione era delicato distributore della Misericordia divina, perciò tutti si rivolgevano a lui per consiglio.

Una domenica, don Paolo m’invitò ad accompagnarlo a Gannano e Serra di Croce, due frazioni di campagna dell’Ente Riforma che il suo Vescovo gli aveva affidato e dove si recava a celebrare ogni domenica e spesso anche riti religiosi, matrimoni, battesimi, funerali e le varie festività. …

Partimmo di buon mattino con la “Campagnola” io, lui e l’autista. Durante il viaggio si sedette accanto all’autista che cercava di ammortizzare gli scossoni per le numerose buche della strada rurale; io m’ero quasi addormentata sul sedile posteriore, per sopportare meglio il mal d’auto. All’improvviso, don Paolo estrasse un’armonica a bocca e spensierato come un ragazzino cominciò, con mia grande sorpresa, a suonare come nei film del Far-West, incurante degli scossoni un motivetto divertente tipo “Il merlo ha perso il becco”.

Verso le nove arrivammo a Gannano, una zona che comprende vari agglomerati poderali con qualche centinaio d’abitanti, sparsi nella campagna. Al centro del villaggio, c’era la chiesa costruita durante la Riforma Agraria, ampia, ben tenuta e semplice, lineare ad una sola navata come tante chiese del tempo, costruite in tempi brevi e senza pretese e che si dicevano moderne. A Gannano era proprio così.

Don Paolo Scavone a Serra di Croce
Don Paolo Scavone a Serra di Croce

Dopo la Messa m’invitò a parlare a un gruppo di giovani abbastanza numeroso, senza suggerirmi l’argomento o dirmi qualcosa di quel gruppo.Lì per lì, rimasi un po’ interdetta , ma poi incoraggiata da sorriso di coloro che attendevano il mio discorso, mi misi a parlare. …. Concludemmo con una preghiera del Padrenostro. ….
Tutti insieme ci accompagnarono alla campagnola e ripartimmo subito per Serra di Croce, un’altra frazione dove ci attendevano per le celebrazione della Messa Dominicale.

Arrivati a Serra di Croce, ci fermammo in una scuola che aveva un’aula sola.
Don Paolo mi presentò una campana, senza batacchio, abbastanza pesante. Sicuramente l’aveva presa da qualche convento abbandonato della zona. La piazzò al centro della stradina che portava all’ingresso della scuola e mi disse consegnandomi un bastone arrotondato in cima:
“Suona, vedrai che i fedeli verranno!”

Felice come una Pasqua, o meglio, come un garibaldino, andava su e giù per la stradina accogliendo i contadini che via, via arrivavano dalle varie case coloniche sparse nelle campagne vicine. Insieme lo aiutavano a preparare la scuola in modo che fosse una chiesa. … Io intanto, continuavo a picchiare con il bastone sulla campana che mi sembrava acquistasse via, via sonorità.

Mi pareva di sognare tanto tutto era surreale. I fedeli arrivando salutavano il Sacerdote gioiosamente, con qualche battuta, come si fa con un amico che si conosce sempre. …
Quando tutto fu pronto e tutti furono arrivati, smisi di suonare ed entrai nella rustica cappella.
Tutti seguivano con raccoglimento la celebrazione.
La mia meraviglia raggiunse il colmo, quando Don Paolo m’invitò a tenere l’omelia.
Pensai subito:
“Di quale Chiesa fa parte questo prete che, in un tempo in cui le donne hanno appena cominciato ad avere il diritto allo studio, mi chiama a parlare di Dio sull’altare?”.
Questo pensiero mi passò per la mente, mentre, come un automa, lo raggiunsi nel momento in cui mi diceva:
-Parla della tua esperienza con Dio -.
Non so cosa dissi; ricordo solo gli occhi dei presenti illuminarsi via, via che parlavo e i suoi passare dalla tranquillità alla sorpresa.

Ancora oggi anch’io ripensando a questo episodio non posso fare a meno di restare allibita per la sua e la mia naturalezza, quando, ancora oggi non ho visto un solo prete affidare l’incarico di spiegare, con l’esperienza d’un fedele e per giunta donna, la Parola di Dio.
Fu un’avventura che allora mi fece scoprire la libertà di un uomo che non riteneva sua proprietà il Vangelo del Signore e tantomeno si riteneva solo a capirlo a viverlo e a tradurlo in annuncio per altri fratelli.
Al ritorno da Serra di Croce, ci fermammo in una casa colonica dove la padrona ci accolse insieme al marito e a figlio, sorridendo accanto al caminetto che scoppiettava di fiamme pure loro allegre e festose.
Mise subito un tegamino con abbondante olio su un “tripode” e quando cominciò a friggere aprì due uova fresche che aveva preso dal pollaio qualche momento prima e le fece cuocere per me.
Nella casa si diffuse il tipico profumo di uova che aumentò il mio appetito e il loro sapore.
Non avevo mai fatto colazione con le uova, ma credo che nessuna colazione fu mai così appetitosa e confortevole.

Don Paolo Scavone

Dopo qualche timido diniego mi misi a tavola da sola, mentre don Paolo, che non accettava nulla se non un bicchiere di vino buono da bere accanto al camino, continuava a chiacchierare con i due padroni di casa che chiedevano di me e della mia presenza in quella zona.

Ripartimmo fra gli abbracci e i saluti gioiosi di tutti e con in mano due “fiscelli” di ricotta fresca.
Durante il viaggio di ritorno, l’armonica riprese a suonare, dapprima una musica allegra e spensierata, poi, pian piano, si trasformò in una dolce melodia fino a terminare in una vera preghiera di ringraziamento che apriva l’anima alla contemplazione. Io restavo rannicchiata sul sedile posteriore, senza proferire parola, ripensando alla semplice, ma straordinaria giornata campestre: una scampagnata incontro al Signore, piena d’imprevisti, di gente semplice che nella povertà possedeva tutto l’essenziale, sapeva accogliere e pregare.

Rividi altre volte don Paolo prima che venisse al mio paese a celebrare le mie nozze tra me e il suo amico più caro che sovente lo accompagnava nelle zone della sua piccola missione campestre, come avevo fatto io . Mi piace pensare che questa sia stata la sua più grande gioia. …
Anche io andai via ad occupare una nuova sede.
Alcuni anni dopo, don Paolo si ammalò di pleurite, molto gravemente. Andai a trovarlo, quando stava meglio, era sereno e mi disse: “Sulla terra tutto è precario e tutto è una conquista. Bisogna guardare la stella, come fecero i Magi, è la sola che porta alla meta sicura”.

Non aveva perso quell’aria di garibaldino che lo distingueva e che lo faceva amare.
Quando mi parlava della Cometa non potevo fare a meno d’immaginarlo andare alla grotta insieme ai pastori con due “fiscelli” di ricotta da portare in dono a Gesù Bambino.
Dopo qualche mese dalla mia visita morì.