Pio Rasulo: in sua memoria, dalla “Lunga notte della civetta”.

Pio Rasulo: in sua memoria. Dal libro “La lunga notte della civetta”.

Accompagno questo breve racconto con due foto di persone che anno fatto parte di quel mondo, da alcuni definito anche “magico”, oggi scomparso per sempre. (Foto di Ambrogio Malvasi fu Michele).

Di ritorno da Aliano, venendo verso Montalbano e Tursi, sulla strada di Craco, ci siamo dovuto fermare a Madia (Mania) per un guasto al motore, e pernottarvi. Anche Madia, nonostante la Riforma Fondiaria, l’esproprio e l’esodo di moltissimi salariati verso altre attività, non è cambiata di molto. .. Lì conoscevo qualcuno, perché c’ero stato altra volta. La prima volta che capitai, ricordo fu quando riuscii a passare il fronte a Cassino e alla stazione di Pisticci non trovai altro mezzo che un traino tirato da un mulo, che andava a caricare i maiali proprio in quella masseria. Era il mese di dicembre … Erano le nove di mattina quando il carro, cigolante si mise in movimento.

Quella strada bianca, serpeggiante, di cui eravamo gli assoluti padroni, si perdeva sempre più sotto il soffice manto di neve, contaminato solo dagli zoccoli della bestia e dalle ruote del carro. Verso le tre del pomeriggio la neve era già alta, il vento gelido di tramontana che tagliava la faccia, l’aveva ammucchiata ai margini della strada, formando spesso degl’invalicabili sbarramenti. Il cavallo sbuffava sotto il suo mantello: non c’è la faceva più. Per fortuna ormai eravamo vicinissimi e ci adoperammo tutti a dar una mano perché tirasse fin su … io avevo lì il marito della cugina Maria, che faceva l’uomo di fiducia del padrone.

Lo chiamavano il “fattorino”. … La “comara” Maria appena mi vide si dette un bel da fare per ospitarmi degnamente; pose altri ceppi ed altre frasche nel camino già carico di legna e di fiamma, perché mi asciugassero i vestiti bagnati. Le tre famiglie che abitavano quello stanzone erano tutte interessate a noi con una partecipazione sincera. … Mia cugina, che aveva lasciato sul tavolo, incompleta, la pasta di casa, si pose in testa uno scialle nero; aprì appena fuori, uno di quei grandissimi ombrelli in tessuto scozzese, che i pastori portano sempre a tracollo quando conducono i greggi al pascolo, e uscì per avvisare gli uomini che, nella parte riparata dell’ovile mungevano le pecore.

Ben presto tutta la masseria aveva saputo dell’arrivo dei forestieri e tutti ci venivano a salutare; gli uomini con dei cappellacci sformati e il “prizzone” sulle spalle … le donne col capo nascosto in lunghi scialli neri che incorniciavano il viso. Battevano le scarpe contro il gradino della porta per scuotere gli ampi zoccoli di neve e dicevano “Buon vespro”. Indi si sedevano a semicerchio intorno al fuoco. Gli uomini però, fumatasi una sigaretta di trinciato forte, se ne andavano, assicurando che sarebbero tornati più tardi per il “Rosario” e per la continuazione delle “storie”. … Sei ore di quel lungo viaggio da carovana m’avevano fatto venire un fortissimo mal di capo che non riuscivo più a nascondere. … Il fattorino se ne accorse e non ci fu verso di dissuaderlo dal mandare a chiamare la mamma del massaro, la comara Mariantonia, che sapeva far guarire da certi piccoli disturbi. Essa però venne assai più tardi, quando cioè, dopo aver mangiato in una dozzina di persone tra piccoli e grandi quell’intero paiolo di saporitissima carne, cucinata alla pastora, con qualche pugno di olive secche, ed aver bevuto alcuni bicchieri di “mesca”, il buon vinello del luogo, mi sentivo già meglio.

Volle farmi ugualmente il mal di capo e, segnatomi con la croce tre volte cominciò a passarmi i pollici quasi carezzevoli sulla fronte. … Zia Mariantonia non soltanto diagnosticava il male, ma prescriveva anche la cura e, in molti casi raddrizzava le slogature e praticava tutte le medicazione urgenti. … Finita la pratica magica, incominciò il “Rosario”, recitato in coro. Zia Mariantonia diceva le giaculatorie e la prima parte delle orazioni; tutti gli altri: uomini, donne, ragazzi dicevano insieme la seconda parte. Io intanto ero andato a coricarmi nel grande letto situato in fondo allo stanzone e di lì seguivo le loro belle cantilene, che sembravano venire da lontano, da un mondo misterioso e docile, incomprensibile, eppure aperto, del quale quei pastori mi parevano gli unici abitatori, i padroni assoluti: coloro che soli avevano il diritto di cittadinanza. …

L’indomani mattina tutto era bianco e immacolato alla nuove luce del giorno. I cani, una ventina, dietro un cancello, divoravano il lunghe pile di legno il loro impasto di crusca e siero. Dietro i vetri di uno dei balconi del grande palazzo padronale apparve a mirare il tempo donna Maria Del Monte (Quaranta), avvolta in un’ampia vestaglia pesante di lana e seta e con in testa un peloso cappello all’esquimese. Mi parve bellissima, così, nella sua figura di donna elegante, bella e nobile… lei , che pur a leggero contatto, non aveva nulla, assolutamente nulla, del mondo dei miei contadini che la servivano giorno e notte con qualche tomolo di seminato, l’olio per la campata e le tre quagliate annuale.

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